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Artemisia Gentileschi

Ricerca storica a cura dell'artista Gino Di Grazia


Nacque a Roma l'8 luglio 1593, primogenita del pittore Orazio Gentileschi, esponente di primissimo piano del caravaggismo romano. Presso la bottega paterna, assieme ai fratelli, ma dimostrando rispetto ad essi un ben piu' elevato talento, Artemisia ebbe il suo apprendistato artistico, imparando il disegno, il modo di impastare i colori e di dar lucentezza ai dipinti. Poiche' lo stile del padre, in quegli anni, si riferiva esplicitamente all'arte del Caravaggio (con cui Orazio ebbe rapporti di familiarita'), anche gli esordi artistici di Artemisia si collocano, per molti versi, nella scia del grande pittore lombardo. La prima opera attribuita alla diciassettenne Artemisia (sia pur sospettando aiuti da parte del padre, determinato a far conoscere le sue precoci doti artistiche) e' la Susanna e i vecchioni (1610), oggi nella collezione Schonborn a Pommersfelden. La tela lascia intravedere come, sotto la guida paterna, Artemisia, oltre ad assimilare il realismo del Caravaggio, non sia indifferente al linguaggio della scuola bolognese, che aveva preso le mosse da Annibale Carracci. Nel 1612 Artemisia subi' uno stupro da parte del pittore toscano Agostino Tassi, impegnato in quel tempo, assieme ad Orazio Gentileschi, nella decorazione a fresco delle volte del Casino della Rose nel palazzo Pallavicini Rospigliosi di Roma. Il padre denuncio' il Tassi che, dopo la violenza, non aveva rispettato la promessa di un matrimonio riparatore. Del processo che ne segui' e' rimasta esauriente testimonianza documentale, che colpisce per la crudezza del resoconto di Artemisia e per i metodi inquisitori del tribunale. Gli atti del processo (conclusosi con una lieve condanna del Tassi) hanno avuto grande influenza sulla lettura in chiave femminista, data nella seconda meta' del XX secolo, alla figura di Artemisia Gentileschi. La tela, che raffigura Giuditta che decapita Oloferne (1612-13), conservata al Museo Capodimonte di Napoli, impressionante per la violenza della scena che raffigura, e' stata interpretata in chiave psicologica e psicanalitica, come desiderio di rivalsa rispetto alla violenza subita. Un mese dopo la conclusione del processo, Orazio combino' per Artemisia, un matrimonio con Pierantonio Stiattesi, modesto artista fiorentino, che servi' a restituire ad Artemisia, violentata, ingannata e denigrata dal Tassi, uno status di sufficiente onorabilita'. Poco dopo la coppia si trasferi' a Firenze, dove ebbe quattro figli, di cui la sola figlia Prudenzia visse sufficientemente a lungo da seguire la madre nel ritorno a Roma poi a Napoli.

Il periodo fiorentino (1614-1620) A Firenze Artemisia conobbe un lusinghiero successo. Venne accettata nell'Accademia del Disegno (fu la prima donna a godere di tale privilegio); dimostro' di saper tenere buoni rapporti con i piu' reputati artisti del tempo, come Cristofano Allori, e di saper conquistare i favori e la protezione di persone influenti, a cominciare dal Granduca Cosimo II de' Medici e, in special modo della granduchessa Cristina. Fu in buoni rapporti con Galileo Galilei, con il quale rimase in contatti epistolare ben oltre il suo periodo fiorentino. Tra i suoi estimatori ebbe un posto di speciale rilievo Buonarroti il giovane (nipote del grande Michelangelo): impegnato a costruire una magione che celebrasse la memoria dell'illustre antenato, affido' ad Artemisia la esecuzione di una tela destinata a decorare il soffitto della galleria dei dipinti. La tela in questione rappresenta una allegoria dell'Inclinazione (il talento naturale), raffigurata in forma di giovane donna ignuda che tiene in mano una bussola. Si ritiene che l'avvenente figura femminile abbia le fattezze della stessa Artemisia, che, come ci dicono le informazioni mondane dell'epoca, fu donna di straordinaria avvenenza. In effetti capita spesso, nelle tele di Artemisia, che le sembianze delle formose ed energiche eroine che vi compaiono abbiano fattezze del volto che ritroviamo nei suoi ritratti o autoritratti: spesso chi commissionava le sue tele doveva desiderare di avere una immagine che ricordasse visivamente l'autrice, la cui fama andava crescendo. Il successo ed il fascino che emanava dalla sua figura, alimentarono, per tutta la sua vita, motteggi ed illazioni sulla sua vita privata. Nonostante il successo, a causa di spese eccessive, sue e di suo marito, il periodo fiorentino fu tormentato da problemi con i creditori. Si puo' ragionevolmente collegare al desiderio di sfuggire all'assillo dei debiti ed alla non facile convivenza con lo Stiattesi, il suo ritorno a Roma che si realizzo' in maniera definitiva nel 1621.

Di nuovo a Roma e poi a Venezia (1621-1630) L'anno di arrivo di Artemisia a Roma coincide con quello della partenza del padre Orazio per Genova. Si e' ipotizzato, su basi congetturali, che Artemisia abbia seguito il padre nella capitale ligure (anche per spiegare il perdurare di una affinita' di stile che, ancor oggi, rende problematica l'attribuzione di taluni quadri all'uno o all'altra); ma non si hanno sufficienti prove al riguardo. Artemisia si stabili' a Roma come donna ormai indipendente, in grado di prender casa e di crescere le figlie. Oltre a Prudenzia (nata dal matrimonio con Pierantonio Stiattesi), ebbe una figlia naturale, nata probabilmente nel 1627. Artemisia cerco', con scarso successo, di avviare entrambe le figlie alla pittura. La Roma di quegli anni vedeva ancora una nutrita presenza di caravaggeschi (evidenti assonanze esistono, ad esempio, tra lo stile della Gentileschi e quello di Simon Vouet), ma vedeva anche, durante il pontificato di Urbano VIII, il crescente successo del classicismo della scuola bolognese o delle avventure barocche di Pietro da Cortona. Artemisia dimostro' di avere la giusta sensibilita' per cogliere le novita' artistiche e la giusta determinazione per vivere da protagonista questa straordinaria stagione artistica di Roma, meta obbligata di artisti di tutta Europa. Artemisia entro' a far parte dell'Accademia dei Desiosi. Fu, in tale circostanza celebrata, con un ritratto inciso che, nella dedica, la qualifica come "Pincturae miraculum invidendum facilius quam imitandum". Di questo periodo e' anche l'amicizia con Cassiano dal Pozzo, umanista, collezionista e grande mentore delle belle arti. Tuttavia, nonostante la reputazione artistica, la sua forte personalita' e la rete di buone relazioni, il soggiorno di Artemisia nella sua Roma non fu cosi' ricco di commesse come avrebbe desiderato. L'apprezzamento della sua pittura era forse circoscritto alla sua capacita' di ritrattista e alla sua abilita' di mettere in scena le eroine bibliche: erano a lei precluse le ricche commesse dei cicli affrescati e delle grandi pale di altare. Difficile, per l'assenza di fonti documentali, e' seguire tutti gli spostamenti di Artemisia in questo periodo. È certo che tra il 1627 ed il 1630 si stabilì', forse alla ricerca di migliori commesse, a Venezia: lo documentano gli omaggi che ricevette da letterati della citta' lagunare che ne celebrarono le qualita' di pittrice.

Napoli e la parentesi inglese (1630-1653) Nel 1630 Artemisia si reco' a Napoli, valutando che vi potessero essere, in quella citta' fiorente di cantieri e di appassionati di belle arti, nuove e piu' ricche possibilita' di lavoro. Va ricordato che, tra gli altri, erano gia' passati da Napoli Caravaggio, Annibale Carracci, Simon Vouet; vi lavoravano in quegli anni Jusepe de Ribera, Massimo Stanzione, e che, di li' a poco vi sarebbero approdati, il Domenichino, Giovanni Lanfranco ed altri ancora. L'esordio artistico di Artemisia a Napoli e' rappresentato forse dalla Annunciazione del Museo di Capodimonte. Poco piu' tardi, il trasferimento nella metropoli partenopea fu definitivo e li' l'artista sarebbe rimasta - salvo la parentesi inglese e trasferimenti temporanei - per il resto della sua vita. Napoli (pur con qualche costante rimpianto per Roma) fu dunque per Artemisia una sorta di seconda patria nella quale curo' la propria famiglia (a Napoli marito' infatti, con appropriata dote, le sue due figlie), ricevette attestati di grande stima, fu in buoni rapporti con il vicere' Duca d'Alcala', ebbe rapporti di scambio alla pari con i maggiori artisti che vi erano presenti (a cominciare da Massimo Stanzione, per il quale si deve parlare di una intensa collaborazione artistica, fondata su una viva amicizia e su evidenti consonanze stilistiche). A Napoli per la prima volta, Artemisia si trovo', a dipingere tele per una cattedrale, quelle dedicate alla Vita di San Gennaro a Pozzuoli. Nel 1638 Artemisia raggiunse il padre a Londra, presso la corte di Carlo I, dove Orazio era diventato pittore di corte ed aveva ricevuto l'importante incarico della decorazione di un soffitto (allegoria del Trionfo della Pace e delle Arti) nella Casa delle Delizie della regina Enrichetta Maria a Greenwick. Dopo tanto tempo, padre e figlia si ritrovarono legati da un rapporto di collaborazione artistica, ma nulla lascia pensare che il motivo del viaggio londinese fosse solo quello di venire in amorevole soccorso all'anziano genitore. Certo e' che Carlo I la reclamava alla sua corte ed un rifiuto non era possibile. Orazio inaspettatamente mori', assistito dalla figlia, nel 1639. Carlo I era un collezionista fanatico, disposto a compromettere le finanze pubbliche, pur di soddisfare i suoi desideri artistici. La fama di Artemisia doveva averlo incuriosito, e non e' un caso che nella sua collezione fosse presente una tela di Artemisia di grande suggestione, l'Autoritratto in veste di Pittura. Artemisia ebbe dunque a Londra una sua attivita' autonoma che continuo' per un po' di tempo anche dopo la morte del padre (anche se non sono note opere attribuibili con certezza a questo periodo). Sappiamo che nel 1642, alle prime avvisaglie della guerra civile, Artemisia aveva gia' lasciato l'Inghilterra. Poco o nulla si sa degli spostamenti successivi. E' un fatto che nel 1649 la troviamo nuovamente a Napoli, in corrispondenza con il collezionista Don Antonio Ruffo di Sicilia che fu suo mentore e buon committente in questo secondo periodo napoletano. L'ultima lettera al suo mentore che noi conosciamo e' del 1650 e testimonia come l'artista fosse ancora in piena attivita'. Profilo artistico Un saggio del 1916 di Roberto Longhi, maestro della critica italiana, intitolato Gentileschi padre e figlia ha avuto il merito di riportare all'attenzione della critica la statura artistica di Artemisia Gentileschi nell'ambito dei caravaggeschi nella prima meta' del XVII secolo. Longhi esprimeva nei confronti di Artemisia, in tono forse involontariamente misogino, il seguente giudizio: "l'unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura, e colore, e impasto, e simili essenzialita'...". Nella lettura effettuata del dipinto piu' celebre di Artemisia, la Giuditta che decapita Oloferne degli Uffizi, Longhi scriveva: "Chi penserebbe infatti che sopra un lenzuolo studiato di candori e ombre diacce degne d'un Vermeer a grandezza naturale, dovesse avvenire un macello cosi' brutale ed efferato . Ma - vien voglia di dire - ma questa e' la donna terribile! Una donna ha dipinto tutto questo?" ed aggiungeva: "... che qui non v'e' nulla di sadico, che anzi cio' che sorprende e' l'impassibilita' ferina di chi ha dipinto tutto questo ed e' persino riescita a riscontrare che il sangue sprizzando con violenza puo' ornare di due bordi di gocciole a volo lo zampillo centrale! Incredibile vi dico! Eppoi date per carita' alla Signora Schiattesi - questo e' il nome coniugale di Artemisia - il tempo di scegliere l'elsa dello spadone che deve servire alla bisogna! Infine non vi pare che l'unico moto di Giuditta sia quello di scostarsi al possibile perche' il sangue non le brutti il completo novissimo di seta gialla? Pensiamo ad ogni modo che si tratta di un abito di casa Gentileschi, il piu' fine guardaroba di sete del '600 europeo, dopo Van Dyck". La lettura del dipinto sottolinea, in modo esemplare, cosa significhi saperne "di pittura, e di colore e di impasto": sono evocati i colori squillanti della tavolozza di Artemisia, le luminescenze seriche delle vesti (con quel suo giallo inconfondibile), l'attenzione perfezionistica per la realta' dei gioielli e delle armi. L'interesse per la figura artistica di Artemisia, rimasto inspiegabilmente debole nonostante la lettura datane dal Longhi, ebbe un forte impulso per merito di studi in chiave femminista, che efficacemente sottolinearono, a partire dallo stupro subito e dalla sua successiva biografia, la forza espressiva che il suo linguaggio pittorico assume quando i soggetti rappresentati erano le famose eroine bibliche, che par sempre che vogliano manifestare la loro ribellione alla condizione in cui le condanna il loro sesso. Lo stereotipo ha avuto un doppio effetto restrittivo: inducendo gli studiosi sia a mettere in dubbio l'attribuzione dei dipinti che non corrispondono al modello descritto, sia ad attribuire un valore inferiore a quelli che non rientrano nel cliche'". La critica piu recente, a partire dalla faticosa ricostruzione dell'intero catalogo della Gentileschi, ha inteso dare una lettura meno riduttiva della lusinghiera carriera di Artemisia, collocandola piu' attentamente nel contesto dei diversi ambienti artistici che la pittrice ebbe a frequentare. Una siffatta lettura ci restituisce la figura di una artista che lotto' con determinazione, utilizzando le armi della sua personalita' e delle sue qualita' artistiche, contro i pregiudizi che si esprimevano nei confronti della pittrici donne; riuscendo ed inserirsi produttivamente nella cerchia dei pittori piu' reputati del suo tempo, affrontando una gamma di generi pittorici che dovette esser assai piu' ampia e variegata di quanto ci dicano oggi le tele a lei attribuite.

Artemisia Lomi Gentileschi, primogenita del pittore toscano Orazio Gentileschi, esponente di primo piano del caravaggismo romano, e di Prudenzia Montone, che mori' prematuramente. Presso la bottega paterna, assieme ai fratelli, ma dimostrando rispetto ad essi maggiore talento, Artemisia ebbe il suo apprendistato artistico, imparando il disegno, il modo di impastare i colori e di dar lucentezza ai dipinti, (come sappiamo dalla testimonianza di un apprendista di Orazio, Niccolo' Bedino, che al processo per lo stupro di Artemisia testimonio' che la ragazza aveva dimostrato queste abilita' gia' nel 1609, pur non dipingendo ancora, ma limitandosi a disegnare bozze per la Sala del Concistoro nel Palazzo del Quirinale). Dal processo emerse anche che i primi esercizi di pittura della giovane ebbero per soggetto l'amica Tuzia e il figlio. Tuzia, vicina di casa dei Gentileschi, aveva cominciato la loro frequentazione agli inizi del 1611; il pittore un giorno l'aveva trovata in casa propria ad intrattenere la figlia e, compiaciuto di questa compagnia femminile, l'aveva invitata con la sua famiglia ad abitare insieme, al secondo piano della sua casa in via della Croce. Da quel momento Tuzia divenne inquilina di Gentileschi e compagna di Artemisia. Artemisia mostro' quindi ben presto un talento precoce, che venne nutrito dallo stimolante ambiente romano e dal fermento artistico che gravitava intorno alla sua casa, frequentata assiduamente da altri pittori, amici e colleghi del padre (Artemisia fu battezzata da un altro pittore, Pietro Rinaldi, e cosi' i suoi fratelli da altre personalita' artistiche di spicco del tempo). A Roma vi era un concentramento di relazioni tra artisti: Artemisia crebbe in un quartiere popolato da pittori e artigiani e il suo ambiente naturale era legato all’arte: tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento Caravaggio lavorava nella Basilica di Santa Maria del Popolo e nella Chiesa di San Luigi dei Francesi, Guido Reni e Domenichino gestivano il cantiere a S.Gregorio Magno, i Carracci terminavano gli affreschi della Galleria Farnese. Probabilmente Artemisia conobbe personalmente Caravaggio, che usava prendere in prestito strumenti dalla bottega di Orazio (tanto che Orazio fu coinvolto nelle accuse di diffamazione fatte a Caravaggio dal pittore Giovanni Baglione). L'influenza del Merisi venne mitigata dall'altrettanto forte influenza del padre: l'apprendistato presso Orazio rappresento' per Artemisia, pittrice donna, l'unico modo per esercitare l'arte, essendole precluse le scuole di formazione: alle donne veniva negato l'accesso alla sfera del lavoro e la possibilita' di crearsi un proprio ruolo sociale. Una donna non poteva realizzarsi puramente come lavoratrice, ma doveva perlomeno sostenersi col proprio status familiare; il lavoro femminile non era riconosciuto alla luce del sole, ma si realizzava perlo piu' "clandestinamente", come dimostrano i registri delle tasse e i censimenti. La lettera indirizzata alla granduchessa di Toscana Cristina di Lorena da Orazio il 6 luglio 1612 e'una prova dell'impegno che il pittore impiego' per promuovere l'attività della figlia; nella lettera Artemisia è descritta con parole di elogio: Orazio afferma che in tre anni ella aveva raggiunto una competenza equiparabile a quella di artisti maturi: « questa femina, come è piaciuto a Dio, havendola drizzata nelle professione della pittura in tre anni si è talmente appraticata che posso adir de dire che hoggi non ci sia pare a lei, havendo per sin adesso fatte opere che forse i prencipali maestri di questa professione non arrivano al suo sapere. » Per la critica e' stato impossibile non associare la pressione esercitata dai due vecchioni su Susanna al complesso rapporto di Artemisia con il padre e con Agostino Tassi, il pittore che nel maggio 1611 la stupro': tra l'altro, uno dei due Vecchioni e' particolarmente giovane e presenta una barba nera come quella che, secondo alcune fonti, sembra avesse Tassi (ma la sorellastra di lui, Donna Olimpia, ad un altro processo intentatogli contro lo descrisse "piccolotto, grassotto et di poca barba"); l'altro Vecchione ha fattezze simili a quelle ritratte da Anthony Van Dyck in un'incisione raffigurante Orazio Gentileschi. In molti hanno pensato che Artemisia avesse volutamente retrodatato il quadro al 1610 per alludere, attraverso esso, all'inizio dell'oppressione subita da figure troppe ingombranti per la sua esistenza di donna e di pittrice. Durante il processo, Tassi affermo' che Artemisia si era spesso lamentata con lui della morbosita' del padre, svelandogli che egli la trattava come fosse sua moglie. La datazione dell'opera in passato e'risultata controversa anche a causa di fonti discordanti sulla data di nascita di Artemisia: si e'scoperto recentemente che Orazio, per impietosire il giudice al processo, menti' sull'età di Artemisia al momento della violenza, attribuendole appena quindici anni (e collocandone la nascita, quindi, nel 1597).

Il padre denuncio' il Tassi che dopo la violenza, non aveva potuto "rimediare" con un matrimonio riparatore. Il problema e'che il pittore era gia'sposato (e nel frattempo manteneva anche una relazione incestuosa con la sorella della moglie). Del processo che ne segui' e' rimasta esauriente testimonianza documentale, che colpisce per la crudezza del resoconto di Artemisia e per i metodi inquisitori del tribunale. Gli atti del processo (conclusosi con una lieve condanna del Tassi) hanno avuto grande influenza sulla lettura in chiave femminista, data nella seconda metà del XX secolo, alla figura di Artemisia Gentileschi. E' da sottolineare il fatto che Artemisia accetto' di deporre le accuse sotto tortura, che consistette nello schiacciamento dei pollici attraverso uno strumento usato ampiamente all'epoca. Una lettura del processo basata sul concetto di stuprum inteso come nella normativa del Seicento si intendeva, e dunque come deflorazione di donna vergine o come rapporto sessuale dietro promessa di matrimonio non mantenuta, e' il risultato degli studi piu' recenti.

Il periodo fiorentino (1614-1620) A Firenze Artemisia conobbe un lusinghiero successo. Nel 1616 venne accettata nell'Accademia delle Arti del Disegno, prima donna a godere di tale privilegio.; dimostro' di saper tenere buoni rapporti con i piu' reputati artisti del tempo, come Cristofano Allori, e di saper conquistare i favori e la protezione di persone influenti, a cominciare dal Granduca Cosimo II de' Medici e, in special modo, della granduchessa-madre Cristina, piu' per i propri meriti che per le preghiere di Orazio: addirittura l'ambasciatore fiorentino a Roma dissuade Cosimo II dall'invitare Orazio, descrivendolo poco capace e bizzarro. Questi primi anni successivi allo stupro e al processo sembrano cercare un distacco dalla vita romana: inizialmente la pittrice assunse il cognome Lomi (che poi era quello originale di Orazio, che però aveva voluto distinguersi dal fratello Aurelio – anch’egli pittore – assumendo il cognome materno) e non tenne contatti con il padre. Artemisia fu in buoni rapporti con Galileo Galilei (giunto a Firenze nel settembre 1610 su invito di Cosimo II), con il quale rimase in contatto epistolare anche in seguito al suo periodo fiorentino. Tra i suoi estimatori ebbe un posto di speciale rilievo Michelangelo Buonarroti il giovane (nipote di Michelangelo): impegnato a costruire una magione che celebrasse la memoria dell'illustre antenato, affido' ad Artemisia l'esecuzione di una tela destinata a decorare il soffitto della galleria dei dipinti. L'amicizia con quest'ultimo e' testimoniata da numerose lettere della pittrice, che a Firenze doveva aver imparato a scrivere (se ne era dichiarata incapace in una testimonianza al processo). Capita spesso, nelle tele di Artemisia, che le sembianze delle formose ed energiche eroine che vi compaiono abbiano fattezze del volto che ritroviamo nei suoi ritratti o autoritratti: spesso chi commissionava le sue tele doveva desiderare di avere una immagine che ricordasse visivamente l'autrice, la cui fama andava crescendo. Il successo ed il fascino che emanava dalla sua figura, alimentarono, per tutta la sua vita, motteggi ed illazioni sulla sua vita privata. Appartengono al periodo fiorentino la Conversione della Maddalena e la Giuditta con la sua ancella di Palazzo Pitti ed una seconda (dopo quella di Napoli dipinta 8 anni prima) versione della Giuditta che decapita Oloferne agli Uffizi. Nonostante il successo, a causa di spese eccessive, sue e di suo marito, il periodo fiorentino fu tormentato da problemi con i creditori. Si puo' ragionevolmente collegare al desiderio di sfuggire all'assillo dei debiti ed alla non facile convivenza con lo Stiattesi, il suo ritorno a Roma che si realizzo' in maniera definitiva nel 1621.

Di nuovo a Roma e poi a Venezia (1621-1630) L'anno di arrivo di Artemisia a Roma coincide con quello della partenza del padre Orazio per Genova. Si e' ipotizzato, su basi congetturali, che Artemisia abbia seguito il padre nella capitale ligure (anche per spiegare il perdurare di una affinita' di stile che, ancor oggi, rende problematica l'attribuzione di taluni quadri all'uno o all'altra); ma non si hanno sufficienti prove al riguardo. Artemisia si stabili' a Roma come donna ormai indipendente, in grado di prender casa e di crescere le figlie. Oltre a Prudenzia (nata dal matrimonio con Pierantonio Stiattesi), ebbe una figlia naturale, nata probabilmente nel 1627. Artemisia cerco', con scarso successo, di avviare entrambe le figlie alla pittura. Artemisia dimostro' di avere la giusta sensibilità per cogliere le novita' artistiche e la giusta determinazione per vivere da protagonista questa straordinaria stagione artistica di Roma, meta obbligata di artisti di tutta Europa. Artemisia entro' a far parte dell'Accademia dei Desiosi. Fu, in tale circostanza celebrata, con un ritratto inciso che, nella dedica, la qualifica come "Pincturae miraculum invidendum facilius quam imitandum". Di questo periodo e' anche l'amicizia con Cassiano dal Pozzo, umanista, collezionista e grande mentore delle belle arti. Tuttavia, nonostante la reputazione artistica, la forte personalita' e la rete di buone relazioni, il soggiorno di Artemisia a Roma non fu cosi' ricco di commesse come avrebbe desiderato. L'apprezzamento della sua pittura era forse circoscritto alla sua capacita' di ritrattista e alla sua abilita' di mettere in scena le eroine bibliche: erano a lei precluse le ricche commesse dei cicli affrescati e delle grandi pale di altare. Difficile, per l'assenza di fonti documentali, e' seguire tutti gli spostamenti di Artemisia in questo periodo. E' certo che tra il 1627 ed il 1630 si stabili', forse alla ricerca di migliori commesse, a Venezia: lo documentano gli omaggi che ricevette da letterati della citta' lagunare che ne celebrarono le qualita' di pittrice. Con l'avvertenza che la datazione delle opere di Artemisia e' spesso terreno di contrasto tra i critici d'arte, sono verosimilmente da assegnare a questo periodo, il Ritratto di gonfaloniere, oggi a Bologna (unico esempio sinora noto di quella abilita' di ritrattista per la quale Artemisia pure andava celebre); la Giuditta con la sua ancella oggi al Detroit Institute of Arts (che riflette la capacita' della pittrice di padroneggiare gli effetti chiaroscurali del lume di candela, per i quali andavano famosi a Roma artisti come Gerrit van Honthorst, Trophime Bigot, ed altri); la Venere dormiente oggi a Princeton; la Ester e Assuero del Metropolitan Museum of Art di New York (che testimonia la capacita' di Artemisia di assimilare le lezioni luministiche veneziane).

Napoli e la parentesi inglese (1630-1653) Nel 1630 Artemisia si reco' a Napoli, valutando che vi potessero essere, in quella citta' fiorente di cantieri e di appassionati di belle arti, nuove e piu' ricche possibilita' di lavoro. Va ricordato che, tra gli altri, erano gia' passati da Napoli Caravaggio, Annibale Carracci, Simon Vouet; vi lavoravano in quegli anni Jose' de Ribera, Massimo Stanzione, e, di li' a poco, vi sarebbero approdati il Domenichino, Giovanni Lanfranco ed altri ancora. L'esordio artistico di Artemisia a Napoli e' rappresentato forse dalla Annunciazione del Museo di Capodimonte. Poco piu' tardi il trasferimento nella metropoli partenopea fu definitivo e li' l'artista sarebbe rimasta - salvo la parentesi inglese e trasferimenti temporanei - per il resto della sua vita. Napoli (pur con qualche costante rimpianto per Roma) fu dunque per Artemisia una sorta di seconda patria nella quale curò la propria famiglia (a Napoli marito' infatti, con appropriata dote, le sue due figlie), ricevette attestati di grande stima, fu in buoni rapporti con il vicere' Duca d'Alcala', ebbe rapporti di scambio alla pari con i maggiori artisti che vi erano presenti (a cominciare da Massimo Stanzione, per il quale si deve parlare di una intensa collaborazione artistica, fondata su una viva amicizia e su evidenti consonanze stilistiche). A Napoli, per la prima volta, Artemisia si trovo' a dipingere tele per una cattedrale, quelle dedicate alla Vita di San Gennaro a Pozzuoli. Sono del primo periodo napoletano opere quali la Nascita di San Giovanni Battista al Prado, Corisca e il satiro in collezione privata. In queste opere Artemisia dimostra, ancora una volta, di sapersi aggiornare sui gusti artistici del tempo e di sapersi cimentare con altri soggetti rispetto alle varie Giuditte, Susanne, Betsabee, Maddalene penitenti.

Nel 1638 Artemisia raggiunse il padre a Londra, presso la corte di Carlo I, dove Orazio era diventato pittore di corte ed aveva ricevuto l'incarico della decorazione di un soffitto (allegoria del Trionfo della Pace e delle Arti) nella Casa delle Delizie della regina Enrichetta Maria a Greenwich. Dopo tanto tempo padre e figlia si ritrovarono legati da un rapporto di collaborazione artistica, ma nulla lascia pensare che il motivo del viaggio londinese fosse solo quello di venire in soccorso all'anziano genitore. Certo e' che Carlo I la reclamava alla sua corte ed un rifiuto non era possibile. Orazio inaspettatamente mori', assistito dalla figlia, nel 1639. Carlo I era un collezionista fanatico, disposto a compromettere le finanze pubbliche pur di soddisfare i suoi desideri artistici. La fama di Artemisia doveva averlo incuriosito, e non e' un caso che nella sua collezione fosse presente una tela di Artemisia di grande suggestione, l'Autoritratto in veste di Pittura. Artemisia ebbe dunque a Londra una sua attivita' autonoma, che continuo' per un po' di tempo anche dopo la morte del padre, anche se non sono note opere attribuibili con certezza a questo periodo. Sappiamo che nel 1642, alle prime avvisaglie della guerra civile, Artemisia aveva gia' lasciato l'Inghilterra. Poco o nulla si sa degli spostamenti successivi. E' un fatto che nel 1649 fosse nuovamente a Napoli, in corrispondenza con il collezionista don Antonio Ruffo di Sicilia che fu suo mentore e buon committente in questo secondo periodo napoletano. L'ultima lettera al suo mentore che noi conosciamo e' del 1650 e testimonia come l'artista fosse ancora in piena attivita'. Esempi di opere ascrivibili a questo secondo periodo napoletano sono una Susanna e i vecchioni oggi a Brno ed una Madonna e Bambino con rosario conservata all'El Escorial.

Profilo artistico Un saggio del 1916 di Roberto Longhi, storico e critico d'arte, intitolato 'Gentileschi padre e figlia' ha riportato all'attenzione della critica la statura artistica di Artemisia Gentileschi nell'ambito dei caravaggeschi nella prima meta' del XVII secolo. Longhi esprimeva nei confronti di Artemisia, in tono forse involontariamente misogino, il seguente giudizio: "l'unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura, e colore, e impasto, e simili essenzialità...". L'interesse per la figura artistica di Artemisia, rimasto debole nonostante la lettura datane dal Longhi, ebbe un forte impulso per merito di studi in chiave femminista, che efficacemente sottolinearono, a partire dallo stupro subito e dalla sua successiva biografia, la forza espressiva che il suo linguaggio pittorico assume quando i soggetti rappresentati erano le famose eroine bibliche, che pare vogliano manifestare la ribellione alla condizione in cui le condanna il loro sesso. La critica piu' recente, a partire dalla ricostruzione dell'intero catalogo della Gentileschi, ha inteso dare una lettura meno riduttiva della carriera di Artemisia, collocandola nel contesto dei diversi ambienti artistici che la pittrice frequento', restituendo la figura di un'artista che lotto' con determinazione, utilizzando le armi della sua personalita' e delle sue qualita' artistiche contro i pregiudizi che si esprimevano nei confronti delle donne pittrici; riuscendo ad inserirsi produttivamente nella cerchia dei pittori piu' reputati del suo tempo, affrontando una gamma di generi pittorici che dovette esser assai piû' ampia e variegata di quanto ci dicano oggi le tele a lei attribuite.

Se si valutano i loro meriti artistici, il giudizio liquidatorio di Longhi a favore di Artemisia come «l'unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura...» appare alquanto ingeneroso. Tuttavia c'e', sia nell'arte sia nella biografia di Artemisia Gentileschi, qualcosa che la rende specialmente affascinante e che spiega l'interesse di alcuni scrittori (anzi, e non a caso, di alcune scrittrici) nei suoi confronti. La prima scrittrice che decise di costruire un romanzo attorno alla figura di Artemisia, fu Anna Banti, la moglie di Roberto Longhi. La sua prima stesura del testo, in forma manoscritta era avvenuta nel 1944, ma fu perduta nel corso delle vicende belliche. La decisione di ritornare sul libro, intitolato Artemisia, scrivendolo in forma assai diversa, avvenne tre anni dopo. Anna Banti si pone nel suo nuovo romanzo in dialogo con la pittrice, in forma di "diario aperto", in cui cerca – in parallelo al racconto dell'adolescenza e della maturita' di Artemisia – di spiegare a se stessa il fascino che ne subisce, ed il bisogno che avverte di andare al di la' - in un dialogo da donna a donna - delle limpide (seppur appassionate) valutazioni artistiche di cui avra' tante volte discusso con Roberto Longhi. Piu' di cinquant'anni dopo, nel 1999, la scrittrice francese Alexandra Lapierre affronta, ancora con un romanzo, il fascino enigmatico della vita di Artemisia, e lo fa a partire da uno studio scrupoloso della biografia e del contesto storico che le fa da sfondo. L'indagine psicologica che passa tra le righe del romanzo, per comprendere il rapporto tra Artemisia donna e Artemisia pittrice, finisce per chiamare in causa, come leitmotiv, quello della relazione - fatta di un affetto che stenta ad esprimersi e da una latente rivalita' professionale - tra padre e figlia. Ancora un altro romanzo, pubblicato piu' di recente anche in Italia, quello di Susan Vreeland (The Passion of Artemisa), si pone nella scia della popolarita' assunta da Artemisia Gentileschi nell'ambito della lettura data, in chiave femminista, alla sua figura, e sembra voler sfruttare il recente successo dei romanzi storici che prendono le mossa da un'opera d'arte e dal suo autore. Incerti, per analoghe ragioni, sono i risultati ai quali, secondo la critica, giunge la regista francese Agnes Merlet, con il film Artemisia. Passione estrema. Certamente la carriera artistica (come qualsiasi altra carriera) e' sempre stata pressoche' impraticabile per le donne, costrette nei limiti che la societa' imponeva loro, limiti di natura culturale (assenza pressoché totale di una preparazione scolastica) e familiare (nelle famiglie patriarcali la donna era preposta all'accudimento di tutti i suoi numerosi elementi). Artemisia Gentileschi, che ebbe modo di fare fruttare il suo talento, e' stata una delle poche donne "sfuggite" tra le maglie di questo rigidissimo sistema sociale, tuttavia la sua sofferta vicenda privata si e' spesso sovrapposta a quella di pittrice generando molte ambiguita'. Negli anni Settanta la Gentileschi divenne un vero e proprio simbolo del femminismo internazionale: associazioni e cooperative le si intitolarono - a Berlino l'albergo "Artemisia" accoglieva esclusivamente la clientela femminile - riconoscendo in essa una figura culto, sia come rappresentante del diritto all'identificazione col proprio lavoro, sia come paradigma della sofferenza, dell'affermazione e dell'indipendenza della donna. Per la nota polemista e leader del movimento femminista internazionale Germaine Greer Artemisia Gentileschi fu la grande pittrice della guerra tra i sessi, affermazione, di fatto, estremamente riduttiva: un pittore con tanto talento come la Gentileschi non puo' limitarsi a un messaggio ideologico.

Da un processo per stupro Il caso Tassi/Gentileschi a Roma fece scalpore, non per lo stupro ma perche' il colpevole aveva rifiutato l'attesa riparazione. Nel 1612 ebbe inizio il processo, protrattosi per vari mesi, e tutto ebbe inizio dalla petizione indirizzata al Pontefice dal padre. Artemisia aveva 15 anni e Agostino circa 32. La petizione cosi' recitava: Una figliola dell'oratore [querelante] e' stata forzatamente sverginata e carnalmente conosciuta piu' et piu' volte da Agostino Tasso pittore et intrinseco amico et compagno del oratore, essendosi anco intromesso in questo negozio osceno Cosimo Tuorli suo furiere; intendendo olre allo sverginamento che il medesimo Cosimo furiere con sue chimere abbia cavato dalle mane della medesima zitella alcuni quadri di pitture di suo padre et in specie una Juditta di capace grandezza. Et peche', B[eatissimo] P[adre], questo e' un fatto cosi' brutto et commesso in cosi' grave et enorme lesione et danno del povero oratore et massime sotto fede di amicizia che del tutto si rende assassinamento. Artemisia dichiaro' che l'anno precedente, nella sua casa di via della Croce, il suo insegnante di prospettiva l'aveva violentata. In seguito l'aveva illusa di sposarla - facendo sì che la ragazza si comportasse more uxorio - ma quando lei ebbe scoperto l'inganno, ne informo' il padre che ricorse in giudizio. La giovane dovette confermare l'accusa subendo un ulteriore interrogatorio sotto tortura: quando le legarono le cordicelle alle dita grido' al Tassi: Questo e' l'anello che mi dai, e queste sono le promesse! Inoltre il processo rivelo' la discutibile situazione personale di Agostino Tassi. L'amico Stiattesi affermo' di averlo conosciuto quando viveva a Livorno ed era ammogliato con certa Maria, la quale gli fuggì con un suo drudo. Egli dopo averla cercata invano, saputola nel Mantovano la fece uccidere da sicari. Quando fu abbandonato dalla consorte venne a Roma con la cognata [allora quattordicenne] e nell'anno precedente a questa deposizione fu querelato per incesto (i rapporti sessuali con una cognata, essendo viva la moglie, erano considerati incestuosi). So che amava Artemisia da cui aveva avuto un quadro figurante una Giuditta. Gli aveva detto non di poterla sposare perche' credeva che il Cosimo [Quorli] ne avesse pure profittato. Al processo per incesto (un anno prima di questo per stupro) la sorella di Agostino, Olimpia, cosi' aveva dichiarato: questo mio fratello e' un furbaccio et un tristo che non ha mai voluto fare bene sino da piccolo et percio' se ne ando' via fuori di Roma a Livorno et si troveranno scritture et processi delle furberie che ha fatte quando e' stato fuori Roma. Tassi si difese debolmente dalle accuse, affermando che la moglie era morta non so come e quando, poiche' io la lasciai a Lucca e che Gentileschi e Stiattesi, un tempo suoi amici, avevano montato tutte queste accuse per evitare di restituirgli il denaro che aveva prestato loro. Tassi sconto' otto mesi nella prigione di Corte Savella ma alla fine il caso fu archiviato. Indubbiamente ad Artemisia costo' molta fatica riabilitarsi, tramite un matrimonio ma soprattutto tramite la carriera, agli occhi della societa' dalla vicenda dello stupro. Non tutti ebbero comprensione per le sue traversie: crudele e volgare suona in tal senso l'epitaffio dedicatole dai veneziani Giovan Francesco Loredano e Pietro Michiele (Venezia 1653), in cui si ironizza sul suo nome Arte / mi / sia / Gentil / esca: Co'l dipinger la faccia a questo e a quello Nel mondo m'acquistai merto infinito Nel l'intagliar le corna a mio marito Lasciai il pennello, e presi lo scalpello Gentil'esca de cori a chi vedermi Poteva sempre fui nel cieco Mondo; Hor, che tra questi marmi mi nascondo, Sono fatta Gentil'esca de vermi.


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Artemisia Gentileschi

 

 

 

 





 

 

 

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